Traduciamo da Basc.news questo comunicato che spiega le motivazioni politiche e tecniche della detenzione coercitiva di Lina
Cosa è successo?
Ieri (4 luglio 2026 ndt) alla nostra compagna Lina sono stati inflitti 6 mesi di detenzione coercitiva (Beugehaft). Lina era stata liberata dal carcere solo quattro settimane fa e ieri avrebbe dovuto deporre come testimone davanti al tribunale di Dresda. Come già avvenuto a gennaio con Janis, anche Lina si è rifiutata di testimoniare. Entrambi erano stati condannati nel 2023 per la costruzione del gruppo denominato “Antifa Ost” e per i fatti oggi oggetto del procedimento in corso a Dresda. Nonostante entrambi abbiano dichiarato di non voler rilasciare dichiarazioni, anche per non auto-incriminarsi, per ciascuno è stata disposta la durata massima di 6 mesi di detenzione coercitiva. Per Lina si tratta già della seconda volta nell’ambito dei fatti attribuiti alla presunta “Antifa Ost”.
Ma cos’è la detenzione coercitiva?
Mentre le persone imputate non possono essere costrette a deporre, ciò non vale per i testimoni. La detenzione coercitiva è uno strumento del diritto processuale penale volto a costringere una persona a rendere dichiarazioni in giudizio. L’obiettivo è indurre la collaborazione con il sistema giudiziario. Non si tratta, in senso proprio, di una pena e non compare nei certificati penali; è invece un mezzo di pressione e coercizione per l’adempimento dell’obbligo testimoniale.
La detenzione coercitiva può essere eseguita anche in forma particolarmente severa: non solo la comunicazione viene monitorata, ma le persone detenute vengono in parte sottoposte a stretto isolamento e, nella maggior parte dei casi, a 23 ore di chiusura giornaliera. A ciò si aggiungono spesso una sanzione pecuniaria e potenzialmente anche il trasferimento delle spese processuali o persino dei costi di detenzione – poiché la detenzione viene formalmente “accettata” e può essere interrotta in qualsiasi momento: semplicemente rendendo una dichiarazione.
Chi spia perde!
Mentre da bambini veniamo educati a non fare la spia, lo Stato – e in particolare il giudice Kubista – esercita pressione affinché si deponga.
Non solo negli ambienti della sinistra radicale è senso comune che non ci si debba tradire né mettere gli uni contro gli altri. Che si tratti di amicizie, politica radicale o semplicemente delle basi di una società empatica, rispettosa e affidabile: restiamo fedeli al detto che si sente già all’asilo per rafforzare la solidarietà – chi fa la spia perde.
La misura della detenzione coercitiva non sorprende. È però particolarmente grave perché Janis e Lina sono già stati condannati e hanno entrambi dichiarato di non voler fornire ulteriori dichiarazioni auto-incriminanti. Questo al presidente del collegio giudicante Kubista non interessa. Per lui le loro dichiarazioni sono così rilevanti per il procedimento che non si limita a minacce o sanzioni pecuniarie, ma dispone la detenzione per l’intera durata massima di 6 mesi.
Per Lina si tratta già della seconda ordinanza di detenzione coercitiva di 6 mesi. Già in precedenza si trattava di un complesso di fatti che era stato oggetto anche del suo procedimento concluso. Se ciò sia giuridicamente possibile e in che misura, non è nemmeno pacifico tra i giuristi.
Abbiamo grande rispetto per Lina e Janis.
Chi esce dal carcere e poi affronta una detenzione coercitiva dura e isolante dimostra che la solidarietà non finisce quando diventa scomoda.
È chiaro: rifiutarsi di testimoniare non è un semplice atto di ostinazione verso le istituzioni statali. Anche quando non si è d’accordo con persone, gruppi o fatti, né le autorità investigative né un’aula di tribunale sono il contesto adeguato per un confronto critico. Nei contesti di sinistra ed emancipatori non si tratta esplicitamente di mettersi sempre al di sopra degli altri, ma di lottare insieme per una vita buona per tutte e tutti e di opporsi all’isolamento. Questo significa restare uniti nei momenti difficili e non tradire altre persone per proprio vantaggio.
Se Kubista sa che le nostre compagne non testimonieranno e, nonostante le minacce di detenzione coercitiva, non ottiene alcuna dichiarazione, ma le fa comunque incarcerare perché non depongono, allora la detenzione coercitiva serve unicamente come strumento politico di repressione statale.
Ma non ci lasciamo logorare nella nostra solidarietà. La storia dei movimenti di sinistra ci insegna una cosa: nessuna/o di noi è stata/o finora spezzata/o dalla detenzione coercitiva.
Accogliamo con rispetto la determinazione di Janis e Lina e restiamo solidali al fianco di tutte le persone imputate nei procedimenti per “Antifa Ost”, così come di chi mantiene il silenzio, non si lascia intimidire e resta unito.
Per chiudere con le parole di Lina:
“SE LA DETENZIONE COERCITIVA È LA PRESSIONE CHE VOGLIONO ESERCITARE, ALLORA RESISTERÒ.”

